COMUNICATO STAMPA

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31/10/2014

La riforma stracciata
di Elisabetta Laganà, Presidente

C’era, una volta, una riforma penitenziaria; la stessa di cui, il prossimo luglio, si celebreranno i 40 anni. La legge penitenziaria è un triste esempio di quelle buone intenzioni elaborate dal legislatore di cui si è progressivamente lastricata la via dell’inferno della nostra attuale realtà comunitaria e sociale. Il clima attuale non è dei migliori.
L’ottimismo della volontà deve, a questo punto, necessariamente cedere lo spazio al pessimismo della ragione e della constatazione degli eventi. Nel piano previsto dalle proposte del Governo di riforma della giustizia vi sono vari punti sui quali, come volontariato, per ora non ci soffermeremo; è invece indispensabile ragionare sulle proposte che riguardano il carcere.
Nel paragrafo "Riforma del sistema carcerario" del documento elaborato dalla Commissione Gratteri voluta dal premier Renzi, si elencano possibili rimedi per una riforma del sistema carcerario e della risoluzione del problema del sovraffollamento, le cui soluzioni sono ravvisate nella costruzioni di nuove carceri e nella riapertura delle isole di Pianosa e Asinara. Ancora, si propone di inserire massivamente in comunità terapeutica i tossicodipendenti finiti in galera per reati di vario genere. Inoltre, l’uso massivo del lavoro in carcere non pagato quale elemento riabilitativo, compresi i lavori di pubblica utilità. Ora, solo alcune riflessioni.
Analoga proposta fu lanciata dal Consiglio dei Ministri nel 2009, che approvò il "piano carceri", creato per dare risposta all’emergenza del sovraffollamento penitenziario, per poter ampliare la capienza degli istituti fino ad oltre 60mila detenuti (a fronte degli attuali circa 44 mila posti).
La copertura economica di questo piano prevedeva che una parte dei fondi fosse tratta dalla Cassa delle Ammende per la costruzioni dei nuovi edifici. Già quella volta questa decisione sollevò non poche proteste da parte del volontariato. Si decise di destinare più di 100 milioni di Euro della Cassa Ammende, la cui destinazione, era riservata al Consiglio di aiuto sociale per le attività dello stesso art. 74 Ord. Penit., comma 5, n.1; attività individuate dai successivi articoli 75 e 76: assistenza penitenziaria e post-penitenziaria ai detenuti e alle loro famiglie, nonché soccorso e assistenza alle vittime del delitto.
I dubbi sollevati da tutti coloro che protestarono su tale utilizzo, sollevando dubbi sulla legittimità della diversa destinazione di tali fondi decisa dal ministro, vennero rapidamente appianati tramite un decreto "mille proroghe", in cui venne modificata la normativa sulla Cassa Ammende, prevedendo in tal modo che con le stesse risorse si potessero costruire anche le carceri.
In tal modo, la Cassa Ammende fu decurtata della sua metà dei fondi. Ciò che avrebbe dovuto essere destinato per la risocializzazione veniva utilizzato per la reclusione; ciò che avrebbe potuto favorire la rieducazione del condannato, la sua possibilità di integrazione e quindi la minore recidiva, era ridotto o tolto.
La destinazione di tale notevole cifra all’uso originario avrebbe permesso di realizzare laboratori, attività professionali, progetti di reinserimento, case di accoglienza, tutto ciò che avrebbe permesso una consistente deflazione dei numeri del carcere e ridestinare al sociale problematiche impropriamente dirottate al penale.
Sul tema delle comunità, è ben nota la difficoltà dei Ser.T. di favorire gli ingressi a causa di mere e stringenti ragioni di ordine economico. I tossicodipendenti in carcere intenzionati ad entrare in comunità sanno bene che esiste una lista degli ingressi stabilita dai fondi a disposizione, che può impiegare molti mesi per esaurirsi. Sul punto della terapia, poi, ogni tecnico della relazione sa perfettamente quanto sia impossibile costringere una persona a cambiare, a meno che non ci si prefiggano risultati di facciata; non vi è vero cambiamento se non vi è libera decisione di perseguirlo.
Vero è che il lavoro deve essere tema centrale per il miglioramento della qualità della vita dei detenuti sia all’interno delle carceri che per chi è in esecuzione penale esterna. Il tasso di disoccupazione nelle carceri italiane è elevatissimo; ma è di necessità di lavoro retribuito che si sta asserendo. Il lavoro qualificato è essenziale quale consistente fattore di riduzione della recidiva e va concretamente incentivato, riducendo quegli intoppi burocratici che spesso non consentono il pieno funzionamento di pur positive leggi esistenti.
Sarebbe quindi invece necessaria una forte cabina di regia pubblico-privato di impronta manageriale come già da alcune parti avviene, ma che, nello stesso tempo, creda nell’investimento in termini umani e che ambisca a realizzare il principio rieducativo del carcere secondo la Costituzione, a diminuire il grado di recidiva ed a promuovere la responsabilità sociale delle imprese italiane.
Altra cosa sono i lavori socialmente utili, come descritti nel documento e già in essere in più parti d’Italia; la cui indubbia funzione riparativa è importantissimo elemento, che però non può sostituire il lavoro effettivo. Questo in estrema sintesi.
Nel documento si parla poi del progressivo smaltimento dei direttori penitenziari. sempre nell’ottica della Riforma penitenziaria, frutto di una grande e complessa gestazione, è bene rammentare che sin dall’inizio, le istanze innovatrici più convinte venivano proprio dall’interno dell’Amministrazione Penitenziaria, da quella parte di direttori e operatori ai quali il contatto diretto con la brutale realtà del carcere suscitava sentimenti di reazione e l’aspirazione ad una umanizzazione della condizione detentiva; e molto hanno lavorato in questa direzione, costituendo un indispensabile avamposto difensivo verso le risacche controriformistiche. Accompagnato da quella parte del volontariato consapevole e orami rodato alla resistenza.
Il terzo punto del documento della "Commissione Gratteri", parlando dell’efficacia effettiva e mediatica del lavori socialmente utili, parla di un ritorno di immagine che favorirebbe la credibilità dell’Italia. Il 5 giugno scorso l’Europa ci ha valutato come "sorvegliati speciali" per un anno. Un anno passa rapidamente. Le linee indicate dall’Europa tracciavano un percorso orientato al miglioramento della qualità della vita dei detenuti, e non solo in termini di spazi.
Non ci pare di avere sinora sentito nessuno che proponga di alzare la cifra di circa 3,85 euro al giorno per detenuto per tre pasti, di elevare le cifre per il trattamento psicologico, le attività nelle sezioni. Pensiamo che il vero ritorno di immagine sarebbe un carcere che realizza le cose che ha stabilito per legge.
Una rapida approvazione del reato di tortura, un reale sostegno al tema degli affetti. su questo punto la Cnvg, insieme a Ristretti Orizzonti sta promuovendo la campagna "Per qualche metro e d’amore in più", prevedendo la raccolta delle firme in tutti i carceri d’Italia. E in questo clima di linea politica sul carcere permeata di contradizioni, l’Italia non ha ancora il Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
L’anno di tempo concesso dalla Cedu richiede rapidi passaggi e cambiamenti che necessitano di cabine di regia e di deciso governo del sistema. Sotto la spinta della Corte Europea, questo poteva essere e questo anno potrebbe davvero essere l’occasione per una rivoluzione culturale in termini di costruzione di alternative al carcere e di rovesciamento dell’ottica di un trascorso politico che si è caratterizzato come una lunga stagione orientata al privilegiare l’allargamento delle risposte penali a scapito del sociale, i cui effetti sono immediatamente visibili a chiunque solchi il suolo degli istituti penitenziari.
L’urgenza della situazione delle carceri richiede che la questione non sia ulteriormente rimandata; perché rimandare significa aggiungere altri capitoli alla sofferenza del sistema, insistere nelle tragedie che quotidianamente si consumano nelle nostre carceri. Per fortuna, all’assemblea nazionale Contromafie organizzata da Libera, il Ministro Orlando ha parlato della necessità delle misure alternative; che però vanno sostenute nei fatti.
Qualche anno fa, Alessandro Margara aveva parlato del carcere della resistenza, riferendosi a quegli operatori che, nonostante la carenza delle risorse e gli ostacoli, hanno creduto a questi principi e si sono adoperati per realizzarli. Il nostro Volontariato è tra questi.
 

Oggi: 18/12/2017
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