COMUNICATO STAMPA

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03/08/2013

Nessuna relazione tra "sorveglianza dinamica" e aumento dei suicidi tra i detenuti

In riferimento al comunicato stampa del Sappe in data 29 luglio, la C.N.V.G., pur esprimendo il massimo del rispetto per i fatti che purtroppo, accadono alla Polizia penitenziaria nell’esercizio delle proprie funzioni, non ne condivide tuttavia l’analisi. È noto che molti agenti hanno salvato persone da suicidi o da altri atti gravemente autolesivi, svolgendo un’azione fondamentale di tutela della vita dei detenuti.
Ma l’equazione che fa conseguire l’aumento dei fatti descritti all’avvio della sperimentazione della sorveglianza dinamica ci pare discutibile. Innanzitutto varie autorevoli analisi, tra cui citiamo il parere dal titolo “Il suicidio in carcere. Orientamenti bioetici”, approvato dal Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), auspicano una maggiore trasparenza delle regole interne al carcere e per una maggiore personalizzazione del trattamento, contrastando le pratiche “deresponsabilizzanti” e “infantilizzanti” che riducono all’impotenza e umiliano le persone detenute. Inoltre, tra i fattori individuati come favorenti la manifestazione di atti autolesivi, vi sono la promiscuità giuridica o penitenziaria, l’affollamento detentivo, l’inattività, i trasferimenti di istituto, la posizione giuridica non definitiva, la reattività comportamentale, che non risulta essere identificata come prima causa; tutte patologie più volte denunciate dell’attuale sistema carcerario.
Un passo estremamente importante è stato realizzato con l‘avvio di una riorganizzazione complessiva del sistema penitenziario: nella differenzazione delle strutture per tipologia detentiva in coerenza con la previsione dell’art. 115 dpr. n. 231/2000; nel superamento della dicotomia tra i concetti di sicurezza e di trattamento, in vista dell’apertura a modelli di detenzione più coerenti con le finalità dell’art. 27.
A fronte della “rivoluzione normale” che dovrebbe realizzare il carcere così come previsto normativamente, come tanti carceri d’Europa sono già, abbiamo assistito finora, per riprendere una affermazione di Giovanni Maria Flick ad un nostro convegno, ad una “rivoluzione tradita” o meglio al tradimento della “rivoluzione promessa” e dichiarata dalla norma costituzionale. Il tradimento è dimostrato dalla quotidianità del nostro sistema penitenziario, nonostante alcune eccezioni e l’impegno di molti, che nonostante tutto ci è costato le note condanne dall’Europa.
Quella del carcere è una situazione di illegalità conclamata del nostro paese (ove il sovraffollamento ha carattere non contingente, bensì strutturale e legato alla identificazione quasi assoluta fra pena e carcere); ma non solo di esso. Il sovraffollamento, i suicidi e le morti in carcere rimandano ai motivi che hanno provocato le condanne, che chiamano in causa il problema carcerario nel suo complesso. Le condanne ci chiedono un’analisi di sostanza delle questioni, proprio per evitare di accantonarle di nuovo non appena le acque si placano, per ritrovarle intatte a distanza di anni.
La direzione presa è inevitabile, giusta e necessaria. Ci è stata indicata con forza dalla giurisprudenza costituzionale; dalle Carte internazionali; dall’Ordinamento Penitenziario, dal regolamento penitenziario del 2000 e alle più recenti raccomandazioni del Consiglio d’Europa. Tornare indietro sarebbe un fallimento per tutti.

Per la Presidenza
Anna Pia Saccomandi, Segretario generale

 

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