COMUNICATO STAMPA

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22/05/2017

Inchiesta sul carcere di Padova. La presa di posizione della CNVG
di Alessandro Pedrotti*

Il 19 maggio all’interno della Casa di reclusione Due Palazzi di Padova si è tenuto il seminario "Nessuno cambia da solo". Oltre 600 persone sono entrate nel carcere patavino per vivere un’esperienza unica. Studenti, famigliari di detenuti, magistrati, scrittori, giornalisti, avvocati, operatori sociali, parlamentari, ma anche vittime di reati insieme agli stessi detenuti… tutti a condividere un obiettivo, quello di riflettere sulle pene, sul carcere, sulla funzione che la Costituzione assegna alle pene stesse. Una riflessione che è entrata in profondità, che non giustifica i reati ma tenta di affrontarne la complessità e di fare chiarezza su come dovrebbero essere le pene per rispettare le norme che la nostra Repubblica si è data.
Vivere in un carcere, anche il migliore del mondo, è sempre misurarsi con la privazione della libertà, e con quelle pene aggiuntive che spesso accompagnano le persone detenute, anche se non stanno scritte in nessun codice: la pena degli affetti negati, del lavoro negato, della salute negata. Per il sovraffollamento e per il mancato rispetto delle regole minime della vita detentiva il nostro Paese è stato più volte condannato dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.
È importante che un carcere sia aperto, che vi entri la società "civile", che si ragioni di questi temi insieme ai detenuti e non al posto loro? Dovrebbe esserlo, ma non sempre lo è. Nella Casa di reclusione di Padova tutto questo avviene, nel rispetto della legalità e soprattutto nel rispetto della Costituzione, grazie all’impegno di varie associazioni e cooperative e anche grazie al fatto che per anni quel carcere è stato diretto da Salvatore Pirruccio, un galantuomo, un servitore dello stato in grado di gestire un carcere rispettando davvero le norme e umanizzando le condizioni di vita delle persone detenute. Un enunciato banale se vogliamo, ma che in Italia rischia di essere un atto sovversivo. È di questi giorni la notizia apparsa sui quotidiani del Veneto che l’ex direttore del carcere sarebbe sotto indagine e, fra le varie accuse, c’è anche quella di aver favorito i detenuti che lavoravano c/o la coop. Giotto e la redazione di Ristretti Orizzonti.
Ecco alcuni stralci dell’articolo uscito di recente sul Corriere del Veneto:
"L’accusa, falso in atto pubblico, è già pesante di per sé. Ma la frase scritta dagli ispettori del Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) sull’ex direttore del Due Palazzi Salvatore Pirruccio lo è ancora di più: il carcere di Padova, secondo il Dap, era in mano alle cooperative e il ruolo del direttore era subalterno rispetto a quello giocato da Nicola Boscoletto e Ornella Favero, rispettivamente responsabili della cooperativa di pasticceria Giotto e di Ristretti Orizzonti che pubblica la rivista del Due Palazzi".
Nicola Boscoletto e Ornella Favero avrebbero quindi, in una "specie" di associazione a delinquere, fatto pressioni indebite sul direttore Pirruccio per ottenerne dei "favori" per le persone detenute impegnate nelle loro attività. Fra le accuse mosse all’ex direttore, quella di aver declassificato dei detenuti di Alta Sicurezza.
Non voglio entrare nel merito tecnico delle questioni che sarebbero facilmente smontabili, basti pensare che le declassificazioni vengono decise in sede di DAP (a questo punto perché non sono stati indagati gli alti dirigenti che hanno firmato le declassificazioni?), vorrei qui far capire l’assurdo di alcune accuse mosse. Sembra che il vero obiettivo, neppure molto celato, dietro queste indagini sia proprio lo smantellamento di un sistema carcerario che è tra i pochi in Italia che funziona. Non è un carcere modello, quello di Padova, non un’isola felice, perché sempre di carcere stiamo parlando, ma un carcere dove vi sono opportunità di studio, di lavoro, di crescita culturale, dove i detenuti possono riflettere sui reati commessi, accompagnati da volontari che si impegnano quotidianamente al loro fianco. Un carcere dove gli incontri con gli studenti sono occasione di confronto, di approfondimento, di relazione, e per i detenuti anche di "farsi interpellare dallo sguardo dell’altro", di chi tra i ragazzi o gli insegnanti magari ha subito un furto e non si sente più sicuro in casa propria. Riflessioni che entrano sotto la pelle e permettono un cambiamento, una comprensione di ciò che il reato causa, dell’effetto che può produrre su chi ne è vittima.
Ci sembra che l’indagine sull’ex direttore Pirruccio e sul "sistema Padova" si prefigga lo scopo di "colpirne uno per educarne cento".
In ballo non ci sono solo la reputazione e l’onestà di Salvatore Pirruccio, Nicola Boscoletto o Ornella Favero. La posta in gioco qui è la dignità delle persone recluse, l’idea che si possa davvero lavorare perché le pene abbiano un senso. Colpire un direttore perché non ve ne siano altri che provino a lavorare in questa direzione, ostinata e contraria.
Le battaglie che Nicola Boscoletto e che la nostra presidente Ornella Favero hanno fatto e stanno facendo sono battaglie combattute alla luce del sole.
Su questi temi, come presidenza della CNVG, abbiamo discusso con i vertici del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria pochi mesi orsono, non per fare "indebite pressioni" ma per garantire che nelle carceri vi sia il rispetto della legalità e della dignità delle persone. Abbiamo affrontato molti temi, tra cui le declassificazioni (a proposito, essendo una brava giornalista Ornella non si fida dei suoi appunti, che sono sempre molto precisi, ma chiede di essere autorizzata a registrare ogni colloquio, quindi di questi colloqui vi è sempre anche la registrazione integrale), l’ampliamento degli orari della attività trattamentali, la possibilità dell’uso di skype per i colloqui con i famigliari. Certamente non solo per il carcere di Padova, ma per tutti i detenuti italiani e per tutte le carceri italiane.
Se il DAP declassifica un detenuto non lo fa su "pressione" di qualcuno, lo fa in quanto non sussistono più elementi per mantenere quella persona in un circuito di Alta Sicurezza. È un atto dovuto e non una benevola concessione. A margine di questa presa di posizione trovate uno dei tantissimi articoli scritti da Ornella su questi temi, che mostrano come tutte le battaglie siano sempre state fatte in piena trasparenza, nella legittimità di quanto un volontario dovrebbe sempre fare, cioè non rendersi funzionale ad un sistema ma essere voce indipendente, esterna, che permette a quel sistema di essere migliore.
Per aver fatto in modo che Padova divenisse un carcere "costituzionale", l’ex direttore Pirruccio è diventato un bersaglio delle critiche e delle accuse di chi non vuole il cambiamento.
Chiunque conosca Ornella Favero e Nicola Boscoletto, così come Pirruccio, sa quanto lavoro hanno fatto per garantire i diritti, il rispetto della dignità, la legalità, perché solo così si può pensare che il carcere garantisca sicurezza sociale riducendo sensibilmente la recidiva, e non sia invece una "scuola di criminalità".
La Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia è solidale con Salvatore Pirruccio, di cui apprezza da sempre i valori e la coerenza che ha espresso nella sua funzione di direttore e con il presidente della Cooperativa Giotto Nicola Boscoletto, che in questi anni ha costruito una delle realtà cooperativistiche interne al carcere più conosciute d’Italia.
Confermiamo la piena fiducia nella nostra presidente Ornella Favero, che apprezziamo e stimiamo. Ornella, in oltre vent’anni di volontariato penitenziario, ha sempre lavorato perché non venisse lesa la dignità e venissero riconosciuti i diritti fondamentali alle persone detenute. Le sue battaglie, fatte anche per ogni singolo detenuto, sono sempre servite per un ragionamento più ampio che andasse a beneficio di tutti.
Personalmente ho conosciuto poche persone del valore di Ornella, con cui condivido passioni e obiettivi e da cui imparo ogni giorno che le cose si possono e si devono cambiare, per il benessere e la sicurezza di tutti, e che tutti noi portiamo la responsabilità di ciò che facciamo, ma anche di ciò che non facciamo.
*Vicepresidente Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia

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Quello che vorrei chiedere alle Istituzioni, col cuore in mano

Ristretti Orizzonti, 24 aprile 2015 - di Ornella Favero direttrice Ristretti Orizzonti

Dirigo un giornale complesso, realizzato da detenuti e volontari, e occupandomi da quasi vent’anni di questioni che hanno a che fare con le pene e il carcere credo di essere una persona competente in materia e in grado di fare osservazioni degne di attenzione.
Faccio la giornalista, e anche se nessuno mi paga per fare un giornale in carcere ritengo di avere il diritto di fare il mio mestiere da volontaria e di informare su quello che fa la Pubblica Amministrazione nelle carceri, segnalare quello che non funziona, chiedere spiegazioni quando qualcosa non va. Se poi mi dimostrano che mi sono sbagliata, non ho difficoltà ad ammetterlo: se uno fa le cose seriamente, sa di poter fare anche degli errori. Ma quello che non ritengo sia un errore è che io faccio il mio lavoro anche con il cuore, e non perché sono una VOLONTARIA, ma perché non credo che si possa fare nessun lavoro solo con la testa quando si ha a che fare con gli esseri umani, e in questo caso con esseri umani che vivono senza libertà.
Quasi vent’anni di galera, vissuti non da persona detenuta certo, ma a stretto contatto con la sofferenza, non mi hanno ancora abituato alla poca umanità di questi luoghi. Qualche mattina fa sono arrivata in carcere per un incontro con una scuola, e mi hanno detto che Giuseppe Zagari, detenuto in Alta Sicurezza, ma anche redattore di Ristretti, non c’era più: trasferito, nonostante il "congelamento" dei trasferimenti operato in questi giorni dall’Amministrazione per "rivedere le posizioni di tutti i detenuti" in vista di una possibile declassificazione dopo le sollecitazioni di tanti, fra cui il nostro giornale.
So quello che mi diranno le Istituzioni: che Giuseppe sei anni fa ha tentato una evasione da Palmi e ha pure usato un’arma e sparato alle gambe dei poliziotti, che Giuseppe è indegno di una declassificazione. Può darsi. Io però so anche che, dopo anni di carceri poco a misura d’uomo, da Palmi a Nuoro, Reggio Calabria, Cosenza, Messina, Cagliari, Rebibbia, Poggioreale, Spoleto, Livorno, Voghera e altre ancora..., da quando quasi cinque anni fa Giuseppe è arrivato a Padova è uno dei pochi che ha cominciato a parlare delle sue responsabilità anche in pubblico e davanti a centinaia di studenti, e l’ha fatto con imbarazzo e pudore, dicendo che di fronte a certe domande avrebbe preferito sprofondare per non rispondere, e invece ha risposto, con vergogna, con responsabilità, con onestà. Nella sua richiesta di declassificazione ha scritto: "Per vent’anni non mi ero mai chiesto se le mie azioni fossero sbagliate, anzi perseveravo nel sentirmi più vittima che carnefice, per me la vendetta giustificava le mie azioni (...) Forse lo scrivente non merita di essere declassificato e con tutta sincerità, se non fosse che la sezione deve essere chiusa, non avrei neppure chiesto tale privilegio, non per arroganza, ma per consapevolezza". Mi domando allora in quei vent’anni in cosa è consistita la sua rieducazione? E soprattutto che cosa nelle sezioni di Alta Sicurezza è stato fatto per farlo riflettere e cambiare, prima che arrivasse a Padova?
Alle Istituzioni voglio solo fare qualche domanda, e però credo che dovrebbero rispondere, che sia parte delle loro funzioni, del loro ruolo rispondere ai cittadini che chiedono loro come fanno il loro lavoro:
- Negli ultimi due o tre anni, su sollecitazione dell’Europa, in Italia si è cominciato a parlare sempre più di frequente di "umanizzazione delle pene". Ma questa vicenda della chiusura delle sezioni di Alta Sicurezza di Padova è lontana da questa "umanizzazione". Qualcuno ha parlato con le persone detenute, ha pensato alle loro famiglie, si è ricordato che chi è trasferito, per esempio, da Padova a Parma parte da un luogo abbastanza umano, da un carcere dove si possono riallacciare i rapporti con le famiglie e essere impegnati in attività significative, per finire di nuovo in un carcere duro e poco "rieducativo"?
- Quando un paio di anni fa fu sollevato il piccolo "scandalo" del ministro Cancellieri che aveva in qualche modo "aiutato" una detenuta eccellente, la figlia di Ligresti, molti funzionari del DAP hanno affermato che il Ministro si occupava personalmente di centinaia di detenuti che le venivano segnalati da loro. Noi di Ristretti non ci siamo scandalizzati, né avventati contro un ministro in fondo più capace e competente di altri, abbiamo chiesto però che cominciassero a esserci per tutti quell’umanità e quell’attenzione che c’erano stati per la Ligresti. Allora si parlò addirittura di istituire una linea speciale di ascolto per i famigliari dei detenuti, e di segnalazione di persone detenute in stato di particolare difficoltà. È successo qualcosa? È successo che l’umanità fatica a farsi largo, e invece bisogna che un trattamento più umano riguardi tutti, anche le persone detenute nei circuiti di Alta Sicurezza, che dopo anni di permanenza in queste sezioni possono forse essere non trasferite in carceri decisamente peggiori, ma DECLASSIFICATE. Che poi non significa metterle in libertà, non significa regalargli chissà quali privilegi, significa solo trattarle un po’ più da persone e un po’ meno da merci da scaricare da un carcere all’altro. O pedine da spostare su una scacchiera per rendere più funzionali quei circuiti, nati nell’emergenza e fatti per durare il tempo dell’emergenza, e dilatati invece all’infinito come succede per tutte le emergenze nel nostro Paese.
- La figlia di un detenuto in Alta Sicurezza a rischio di essere trasferito a Opera, mi ha chiesto "Ma la declassificazione che cosa ci cambia, a noi famigliari?". Ecco, fatico a spiegare che cosa cambia a Padova, perché bene o male chi sta in Alta Sicurezza non è tagliato fuori dal mondo, ma oggi che stanno smantellando Padova mi viene da dire che è tutto molto chiaro: essere declassificati a detenuti "comuni" significa rischiare meno di essere trasferiti, significa non finire in carceri con circuiti di Alta Sicurezza che sono il deserto, come la maggior parte di queste sezioni, significa poter lavorare fuori dalla sezione, incontrare la società che entra, come le migliaia di studenti con cui la redazione di Ristretti si confronta ogni anno, significa cominciare a perdere quella etichetta di "mafiosi" e basta e a sentirsi persone. Sono cose da poco, potrebbe dire qualche funzionario, ma sono anche cose importanti, e lo testimoniano tanti famigliari disperati di dover seguire i loro cari a Parma, a Sulmona, a Opera, e dover tornare alle vecchie regole delle sezioni solo punitive.
- In queste richieste di declassificazione, è giusto e importante anche salvaguardare i percorsi delle persone, che non possono trovare in altre carceri quello che hanno trovato a Padova, perché Padova è un’Alta Sicurezza dove è possibile davvero per le persone crescere, costruire relazioni, uscire dalle logiche del passato. Mi piace allora in tal senso sottolineare l’esperienza di Ristretti Orizzonti, perché si può lavorare e fare teatro senza parlare troppo del proprio passato, ma a Ristretti è impossibile non affrontare il tema della responsabilità e del rapporto con le vittime e non cominciare a prendere le distanze da certi ambienti.
- Una domanda su tutte la vorrei fare all’Amministrazione: se vogliamo che le persone si stacchino davvero dalla "cultura" delle associazioni criminali a cui appartenevano, non è che dobbiamo anche tirarle fuori da quelle sezioni, dove uno ha per forza lo status di "delinquente tutto d’un pezzo", e cominciare a vedere queste persone dentro a contesti di relazioni "normali" e dignitose, per quel tanto di normalità e dignità che può e deve esserci in un carcere?
Poiché comunque ogni esperienza, anche negativa, ci aiuta a capire e a crescere, vorrei che da questa vicenda si cominciasse tutti insieme a lavorare su questo tema: "Durata della permanenza nei circuiti di Alta Sicurezza, percorsi di rieducazione, declassificazioni".
 

Oggi: 25/06/2017
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Roberto La Barbera