NEWS/ARTICOLO

15/01/2013

La tripla pena: sui CIE

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di Elisabetta Laganà, presidente Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia
L’ulteriore condanna della Cedu è appena arrivata, ma l’Italia è già pronta per la prossima.
La sentenza di assoluzione, dello scorso 12 dicembre, di alcuni trattenuti che avevano messo in atto una protesta nel Cie di Crotone, trova fondamento nel fatto che le condotte di ribellione poste in essere trovano giustificazione nella volontà di ribellarsi al loro stato di detenzione presso il Centro, ritenuto ingiusto per le condizioni in cui erano ospitati.
Le proteste erano quindi rivolte ai responsabili di quella loro condizione (il personale di vigilanza del Centro e le forze dell’ordine. Nella sentenza, la rimostranza viene configurata come legittima difesa, in quanto si ritiene necessario verificare se le condotte di protesta possano trovare giustificazione nell’ingiustizia e nell’offesa ai loro diritti fondamentali, in primis quello dignità lesa da condizioni di trattenimento indecenti; inoltre, quello della libertà personale, lesa dall’applicazione della massima misura coercitiva (il trattenimento). La sentenza sostiene che occorre verificare se gli imputati siano stati costretti a commettere i fatti per cui sono imputati dalla necessità di difendere i loro diritti contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, quindi se non avessero altro strumento per difendere i loro diritti che quelli messi in atto nelle forme violente agite.
Tra le descrizioni fornire dagli imputati sulle condizioni del trattenimento, vi sono l’essere stati costretti a permanere nel centro in condizioni igieniche difficilissime, in carenza di alimentazione e di spazi aperti; gli asciugamani e le lenzuola non erano mai stati cambiati; i pasti dovevano essere consumati seduti per terra, per l’assenza di tavoli. Un trattenuto ha dichiarato di non aver avuto a disposizione i provvedimenti per i quali è stato ristretto, di aver assistito all’udienza con il giudice che ha convalidato la sua permanenza nel Centro, ma senza alcuna possibilità effettiva di difendersi. Un altro testimone riferisce di avere deciso la protesta violenta quando ha saputo dai familiari che la madre era in coma; di aver quindi chiesto di poter andare a visitare la madre e che tale permesso gli fu negato.
L’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo stabilisce che nessuno può essere sottoposto a torture né a pene o trattamenti inumani o degradanti. La Corte si è espressa sul tema con diverse pronunce, accertando la violazione in situazioni obiettive (quali il sovraffollamento carcerario, le precarie condizioni igieniche, ecc.), anche in riferimento al trattenimento di stranieri in Centri preposti per l’ attesa dell’esecuzione di un provvedimento di espulsione o della definizione del procedimento per la concessione dell’asilo politico.
In particolare, si cita la sentenza Tabesh c. Grecia, nella quale la Corte ha ravvisato una violazione dell’art. 3 Cedu in ipotesi in cui il ricorrente, trattenuto nel Cie in attesa dell’espulsione, non aveva potuto svolgere l’attività fisica necessaria al mantenimento della propria salute perché le strutture del centro non lo consentivano, e inoltre aveva a disposizione poco più di cinque euro al giorno per acquistare il cibo di cui nutrirsi. Tutto ciò era, pertanto, in netto contrasto con l’art. 14, co. 2 del D.Lgs. n. 286 del 1998, che stabilisce: “lo straniero è trattenuto nel centro con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza ed il pieno rispetto della sua dignità”.
Ora, quanti Centri di trattenimento sono nelle condizioni di rispettare la legge?
Nei Cie vi è una stragrande prevalenza di persone in stato di abbandono sociale, disagio psichico, vittime di violenze, che necessitano di una effettiva possibilità di difesa legale e di presa in carico socio-sanitaria. Vi convivono persone con status giuridici differenti e negli stessi ambienti si trovano vittime di tratta, di sfruttamento, di tortura, di persecuzioni, così come individui in fuga da conflitti e condizioni degradanti, affetti da tossicodipendenze, da patologie croniche, infettive o della sfera mentale, oppure stranieri che vantano anni di soggiorno in Italia, con un lavoro (non regolare), una casa e la famiglia o sono appena arrivati. Sono luoghi dove coesistono in condizioni di detenzione storie di fragilità estremamente eterogenee tra loro da un punto di vista sanitario, giuridico, sociale e umano, a cui corrispondono esigenze molto diversificate.
Si possano considerare vari aspetti problematici rispetto a questo istituto: il primo riguarda la legittimità in sé dell’istituto e la proporzionalità di questo tipo di coercizione personale rispetto alla fattispecie della condizione dell’irregolare. Su questo la Corte Costituzionale non ha mai avuto modo di pronunciarsi: è un problema che resta aperto, in quanto nel nostro ordinamento esistono istituti che consentono delle limitazioni alla libertà personale. La Corte Costituzionale, in passato, ha ritenuto legittimi questi istituti, pur non avendo loro natura strettamente penalistica. È vero, però, che la coercizione della libertà personale che caratterizza questi istituti non è paragonabile a quella che caratterizza i Cie. Si sente parlare, anche troppo, di “riscrivere la Costituzione”. Forse, prima di riscriverla bisogna rileggerla in modo adeguato ai tempi che stiamo vivendo, salvandone quindi i principi più che mai attuali ed attualizzabili. In materia di cittadini stranieri, la Carta si esprime in maniera chiarissima quando parla di diritti inviolabili e di uguaglianza per tutti. È inoltre importante ricordare i valori della solidarietà attraverso la sussidiarietà rimarcata dalla stessa Costituzione quando, nel 2000, l’art. 118 l’ha prevista esplicitamente, in particolare sul tema dei cosiddetti “diversi”, di quelli che rischiano di avere meno dignità, i detenuti, i migranti economici e clandestini. Si pensi alla definizione negativa della parola clandestino. Siamo arrivati a trovare un nome per chi non ha diritto ad esistere: il loro reato è quello di essere nascosti perché non hanno diritto ad esistere.
È quindi necessario ed auspicabile che, senza indugio, il Governo si impegni ad affrontare una seria e improrogabile riforma dell’intera normativa in tema d’immigrazione.
François Crépeau, Rapporteur delle Nazioni Uniti sui Diritti dei Migranti, ha affermato: “L’immigrazione irregolare non è un crimine, non è un reato contro le persone, non è un reato contro il patrimonio, e non è un reato contro la sicurezza pubblica: è solo l’attraversamento di una frontiera”, per rammentare qual è il presupposto da cui bisogna partire nell’analizzare le politiche migratorie e verificare che vengano tutelati i diritti fondamentali dei migranti. A tal fine il relatore speciale ha elencato una serie di raccomandazioni: pieno accesso alle organizzazioni di tutela dei diritti umani a tutte le strutture di trattenimento, divieto di respingimenti verso paesi a rischio come Grecia e Libia, ma anche attivazione di una procedura più semplice ed equa per chi ricorre e una generale riforma della normativa sulla detenzione amministrativa in Italia. Da questo bisogna partire per fare il punto sul rispetto dei diritti umani nella legislazione e la prassi in tema d’immigrazione.
La sentenza Torreggiani, oltre ad avere uno straordinario valore, apre una prospettiva di numerose condanne all’Italia per le condizioni del carcere. Centinaia di detenuti hanno fatto ricorso alla Cedu per la situazione in cui sono stati ristretti. Forse è il tempo di iniziare la stessa pratica per i trattenuti dei Cie, le cui condizioni sono rapportabili a quelle del carcere in senso peggiorativo.
Per concludere; cosa possiamo fare? Innanzitutto non stancarci di porre sempre e con maggiore forza la questione di un intervento legislativo che porti al definitivo ed irrevocabile superamento dei Cie, rimarcando l’assoluta inadeguatezza di questi luoghi ed individuando ed indicando ogni altra modalità per gestire il problema legato alla situazione di irregolarità di persone immigrate nel pieno rispetto della loro dignità. In secondo luogo, fare la nostra parte nella realtà in cui siamo chiamati ad operare oggi. Sappiamo che spesso negli ambienti di trattenimento si riscontrano gravi criticità sul piano delle condizioni igienico-sanitarie, con ambienti danneggiati, tali da non consentire condizioni adeguate di tutela della salute e tali da garantire la conformità alle norme previste per l’allocazione di persone. Tale criticità è prioritaria ed è necessario insistere nel portare questo aspetto al centro dell’attenzione di tutte le Istituzioni. In attesa del loro superamento, è necessario far entrare la Sanità pubblica nei Cie, fare in modo che effettui periodici controlli in merito alle competenze che essa esercita in tutti gli altri ambiti di convivenza “forzata” tra persone, quindi private della libertà, come già è avvenuto nel passaggio dalla sanità penitenziaria al SSN per gli istituti di pena per adulti e minori dal Dpcm 1 Aprile 2008 e che, quindi questa funzione di presidio e controllo sia estesa anche ai Cie.
È inoltre necessario, da parte di associazioni di tutela e informazione giuridica, attivare un servizio di ascolto e consulenza sui diritti dei trattenuti all’interno dei Centri, che si configuri al pari di un Osservatorio per il monitoraggio e la tutela dei diritti delle persone, al fine di costruire una mappatura dei trattenuti: la provenienza, il percorso migratorio, le relazioni con altre istituzioni (carcere, questura, strutture di accoglienza) i tipi di bisogni e lo status giuridico (richiedenti asilo, protezione sussidiaria, irregolari per permesso scaduto, clandestini).
Oggi, 13 gennaio, la Chiesa celebra la Giornata Mondiale del Migrante. Benedetto XVI, sul tema, ha affermato : “L’emergenza in cui si è trasformata nei nostri tempi (...) ci interpella e, mentre sollecita la nostra solidarietà, impone, nello stesso tempo, efficaci risposte politiche”. L’autorevole appello del Papa dopo la visita a Rebibbia, in cui aveva parlato del sovraffollamento come “doppia pena” rimase inascoltato. Forse anche questo seguirà la stessa sorte, finché, probabilmente, l’ulteriore condanna della Cedu obbligherà l’Italia a fare i conti anche con questa realtà, finanche peggiore del carcere.





 

Oggi: 20/09/2019
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