NEWS/ARTICOLO

17/08/2010

Un carcere possibile! - Continua la sensibilizzazione nelle Marche

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La lettura del pianeta carcere da parte del cappellano del nuovo Carcere di Barcaglione, don Giovanni Varagona.

Il sovrappopolamento delle carceri è oggi l'alibi per giustificarne il non funzionamento, perché impedisce i progetti di recupero, perché sottopone gli agenti ad un lavoro stressante, ecc.
In realtà è più vero il contrario: le carceri sono sovrappopolate semplicemente perché non funzionano. Perché generano delinquenza, anziché aiutare a debellarla. Il carcere è sovrappopolato perché, a chi capita per la prima volta, promette una recidiva a vita.
Anche la questione delle risorse è secondaria. Piuttosto è una questione di cultura, dell'idea che abbiamo del carcere, di ciò che vogliamo da esso.
Oggi chi entra in carcere è degradato da persona a delinquente. Non c'è fiducia nella sua capacità di reinserirsi in società. E per questo non si investe nel recupero. Cessa di essere persona, perché gli spazi di libertà ed autodeterminazione vengono soppressi ben oltre il senso della pena e le esigenze di sicurezza. Il detenuto smette di scegliere, di decidere sulla gestione del tempo e degli spazi, delle relazioni con i compagni e con chi lo mantiene dentro. La repressione di questa abilità compromette seriamente la possibilità di reinserimento. Gli investimenti vengono fatti, con scarsa lungimiranza, più per tener dentro che per permettere di uscire in condizioni di sicurezza per chi esce e per la società tutta: insignificante il numero degli operatori, inspiegabile spesso i criteri di assunzione. Per fare l'educatore basta anche una laurea in legge, gli psicologi non hanno possibilità di trattamento, ma solo di osservazione.
Questo genera un circolo vizioso preoccupante, che fa fallire miseramente i balbettanti tentativi di progetto. E il fallimento giustifica l'ennesimo giro di vite, l'ennesimo giro di chiave.
Eppure un carcere diverso è possibile. Lucia Castellano, direttrice di Bollate, e Luigi Pagano, Provveditore all'Amministrazione Penitenziaria della Lombardia, ce lo hanno raccontato in un convegno organizzato il 4 giugno dalla Conferenza Regionale del Volontariato di giustizia.

Prima dei progetti di reinserimento, la fiducia verso le persone; gli spostamenti all'interno del carcere non sono decisi dalle chiavi e dagli agenti, ma da regole condivise che i detenuti imparano a rispettare con responsabilità. Da qui, da questo nuovo sguardo, nascono poi i finanziamenti per i progetti di floricultura, panificazione, ristorazione, che servono ai detenuti per imparare un mestiere spendibile a fine pena, per reinserirsi gradatamente, per non uscire dal carcere senza risorse.
L'esperienza insegna che tali progetti sono irrealizzabili senza questa disponibilità iniziale a scommettere sulle persone. Falliscono in partenza perché sono pensati per fallire, per confermare la sfiducia e reiterare una struttura di tipo contenitivo e repressivo.

L'opinione pubblica in questo ha una grande responsabilità. Perché finché viaggia sulla delirante illusione della 'certezza della pena', non esigerà che il carcere cambi. Finché non si accorgerà che è più conveniente che chi entra in carcere ne esca presto e "rinnovato", piuttosto che a fine pena ed incattivito, non alzerà la voce. La alzano, per adesso, i volontari del Carcere, in sciopero in questo mese. Per aiutare a capire che cambiare è possibile e, anche oltre qualsiasi propensione umanitaria, conviene, anzi è improcrastinabile, anche dal punto di vista economico.

Giovanni Varagona





 

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