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13/04/2019

“41-bis e Alta Sicurezza non devono essere tatuaggi indelebili nelle vite delle persone”

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di Ornella Favero*

“41-bis e Alta Sicurezza non devono essere tatuaggi indelebili nelle vite delle persone”: è a partire da questa affermazione decisa del nuovo Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, che vorrei fare il punto su un tema particolarmente spinoso, quello delle declassificazioni. Quando, nel corso di un incontro in cui io rappresentavo la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, ho chiesto a Francesco Basentini se non gli sembrasse davvero pericolosamente bloccata la situazione dei circuiti, con più di 9000 persone detenute da anni, da decenni nelle sezioni di Alta Sicurezza, la risposta non è stata evasiva: Basentini si è detto convinto della necessità di rivedere i meccanismi di assegnazione ai circuiti di Alta Sicurezza, ma anche della collocazione al 41-bis, portandomi un esempio personale che ha dato concretezza alla sua risposta.
Ha cioè raccontato di essere stato di recente al 41-bis all’Aquila, e di aver ritrovato un detenuto, per il quale lui stesso, da magistrato, aveva chiesto molti anni fa l’assegnazione a quel regime, e che fra due mesi finirà di scontare la pena, quindi uscirà direttamente dal 41.bis alla libertà, e questo significa una sconfitta per quelle Istituzioni, che non hanno saputo accompagnare l’uscita del detenuto in modo graduale.
Ma le cose come stanno andando davvero? In realtà, le declassificazioni sono sempre poche, e quello che le frena è che ancora incidono tantissimo le informative delle Direzioni Distrettuali Antimafia e incide invece pochissimo il percorso fatto dalla persona detenuta, la sua presa di distanza dalle organizzazioni criminali a cui apparteneva.
Francesco Basentini è stato un magistrato dell’Antimafia e oggi è Capo del DAP: avrà voglia e riuscirà finalmente a mettere mano a quelle informative che arrivano dalle procure antimafia? informative troppo spesso stereotipate, ferme alla fotografia del detenuto al momento dell’arresto, legate a formule poco credibili come quella che “non si possono escludere collegamenti con le organizzazioni di appartenenza?”. Perché per dare un senso ai percorsi di autentico cambiamento di tante persone detenute, per fargli capire che le Istituzioni sono davvero interessate al fatto che anche dal carcere si possa lottare contro la criminalità organizzata, bisogna cominciare a togliere quelle stesse persone dalle sezioni “blindate” dell’Alta Sicurezza e permettergli di confrontarsi con la società, di sperimentarsi in percorsi di reinserimento veri.
Nella circolare sulle declassificazioni del 5 maggio 2015 si legge che “Altrettanto impulso alle procedure in esame dovrà esser garantito dalle Direzioni per i detenuti che da lungo tempo permangono nel circuito soprattutto in costanza di un’adesione a programmi di trattamento avanzati”.
A Francesco Basentini chiediamo: le Direzioni hanno davvero dato impulso alle declassificazioni per i detenuti che aderiscono a programmi di trattamento avanzati? A noi sembra, per esempio, che a Padova i detenuti che partecipano ai lavori della redazione e al progetto scuole/carcere siano dentro un programma di straordinario trattamento avanzato, e crediamo che vadano declassificati per riconoscere il loro impegno serio, importante nel prendere le distanze dalla criminalità organizzata.
E crediamo anche che il Capo del DAP debba garantire che davvero le Direzioni si muovano in questo senso, e debba promuovere un confronto serio con le Direzioni Antimafia, i cui pareri non possono più essere un “copia e incolla” delle vecchie vicende processuali del passato, ma devono semmai esprimere “l’attualità delle esigenze che rendono opportuna la permanenza nel circuito Alta Sicurezza”.
*Direttrice di Ristretti Orizzonti e presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia





 

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