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09/06/2018

I volontari in carcere: “certezza della pena, non della galera”

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Articolo di "Redattore Sociale", 8 giugno 2018 XI Assemblea della Conferenza nazionale volontariato giustizia. Confronto sui “tentativi infiniti di dare sostegno alle persone in carcere”. Castellano (Dipartimento Giustizia minorile): “È giusto che chi sbaglia paghi. Il problema è come”. “Chi sbaglia paghi”: è uno degli obiettivi che, in materia di giustizia, il nuovo governo porta avanti con convinzione. Ma come deve pagare? Necessariamente con il carcere? E con quale carcere?
Sono alcune delle domande che si è posta la Conferenza nazionale Volontariato Giustizia, ieri riunita a Roma, presso Palazzo Valentini, nella sua XI Assemblea. “70 volta 7” il titolo “evangelico” scelto per l’incontro: perché “il volontariato tutto, laico e cattolico - spiegano gli organizzatori - ha ben chiaro cosa sono quelle settanta volte sette: sono i tentativi infiniti di dare sostegno alle persone in carcere, di aiutarle a costruirsi un percorso verso la libertà, di seguirle quando faticosamente riescono ad accedere a una misura alternativa, di passare attraverso cadute e sconfitte senza arrendersi”.
Una questione che ha per prima declinato Ornella Favero, presidente di Cnvg, aprendo i lavori di stamattina. “Siamo specialisti in disastri”, ha esordito, riferendosi alla complessità del carcere e delle storie di chi ci vive. “Ma ci sono cambiamenti che le istituzioni potrebbero fare, all’interno del carcere, senza dover mettere mano alle leggi. E il volontariato in questo gioca un ruolo di primo piano, ma deve unire le forze e farsi portatore di un pensiero comune”.
Favero ha preso ad esempio il tema, fondamentale, dell’affettività: “L’uso di Skype, l’aumento del numero di telefonate ai familiari sono tutti semplici cambiamenti, che abbiamo provato a fare, ma su cui poi, almeno noi a Padova, stiamo tornando indietro, proprio per la nostra debolezza nel portare avanti un progetto comune.
La diffusione di Skype, per esempio, che ha aperto una grande speranza e una concreta possibilità di ritrovare e rinsaldare gli affetti: ma abbiamo condotto una battaglia timidissima, sia come volontariato che come istituzioni, con una circolare che ‘invitava’ i direttori ad autorizzare l’uso di Skype, ma non forniva indicazioni e indirizzi. Si è così persa una grande occasione: perché rinsaldare gli affetti significa, tra l’altro, prevenire i suicidi”.
Un buon lavoro è stato invece fatto con il progetto “A scuola di libertà”, che “sta diventando sempre più importante - ha riferito Favero - per superare la distanza, la rabbia e l’odio della società verso chi ha commesso reato, raccontando in modo diverso la realtà di ‘quelli che stanno dentro’ e delle loro famiglie. In questo caso - ha affermato ancora Favero - il volontariato ha dimostrato tutta la sua capacità di pensare difficile, che è anche il nostro compito”.
Facendo poi riferimento al programma del nuovo governo, Favero ha dichiarato che “certezza della pena non deve significare certezza della galera. Dobbiamo aprire invece il territorio a tutte le possibilità che spettano a ‘chi sta dentro’. Perché sono queste possibilità differenti che, soprattutto, creano responsabilità. Responsabilità dei detenuti, che devono assumersela rispetto alla loro storia; ma anche responsabilità delle istituzioni, che devono offrire luoghi e modi di rappresentanza, per esempio: perché, attraverso la rappresentanza, le persone detenute imparano a occuparsi degli altri. E questo è, appunto, il primo passo verso la responsabilità. Lo dimostra l’esperienza del carcere di Bollate, dove forme di rappresentanza sono ormai acquisite: abbiamo provato a esportarle a Padova, ma si è bloccato tutto - ha denunciato infine Favero - per tornare a quella ‘età della pietra’ che è l’estrazione a sorte”.
A raccontare “da dentro” la realtà del carcere di Bollate, è intervenuto quindi il direttore della Casa circondariale, Massimo Parisi, riferendo soprattutto sulla questione della recidiva. “Dobbiamo costruire progetti strutturali per il dopo carcere, creando un vero e proprio programma di dimissioni, emanando direttive e creando collegamenti tra il carcere e i servizi sociali, per esempio, in una connessione costante con il territorio. E dobbiamo attivare tutti quei servizi, solo apparentemente secondari, per l’esercizio dei diritti: per esempio, la patente, l’invalidità ecc. Ci sono poi le misure alternative, che pure devono essere frutto di un’impostazione organizzativa precisa. Al Bollate, abbiamo circa 300 detenuti l’anno ammessi a queste misure. Ma abbiamo anche un’organizzazione che supporta questa possibilità: come il servizio educativo presente fino alle 21. È questo un esempio di quella “sicurezza integrata” che tutti siamo interessati a costruire”.
Sono questi alcuni degli strumenti necessari per “costruire quella giustizia concreta di cui ci ha parlato il nuovo ministro, incontrando noi amministratori della giustizia lunedì scorso - ha riferito Lucia Castellano, dirigente generale per l’esecuzione penale esterna e di messa alla prova del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità. “Questa esigenza di concretezza è anche una nostra esigenza - ha detto - Ma cosa significa “giustizia concreta”? - ha domandato - significa giustizia veloce, innanzitutto, che dà risposte alle vittime e agli autori di reato in tempi rapidi, altrimenti non è credibile; è poi una giustizia commisurata, in cui ci sia proporzionalità tra offesa e reazione punitiva. Ed è anche una giustizia in cui la misura alternativa non va ancorata al concetto di premio o beneficio, deve essere inquadrata comunque come una pena e non essere “chiassosa”, come spesso accade.
Dobbiamo insomma costruire una pena di comunità che abbia senso, attraverso programmi in cui si senta la punizione ma non la vessazione e soprattutto la persona si contamini con la parte sana e bella della nostra società. È questo il senso delle convenzioni con le diverse associazioni. Ed è qui che il volontariato gioca un ruolo chiave.
Il nuovo governo chiede spesso che ‘chi ha sbagliato paghi’: è un principio giusto, ma il problema è: come si paga? Se la traduzione diventa ‘chi sbaglia va in galera’, dobbiamo essere consapevoli che questo non aumenterà la sicurezza sociale. Perché anche il carcere migliore del mondo non riuscirà ad abbattere la recidiva”.





 

Oggi: 18/12/2018
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