NEWS/ARTICOLO

18/01/2016

Carceri con direttori

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di Ornella Favero, Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti.

Ho appena ricevuto un testo da Antonella Tuoni, direttrice dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, uno di quelli che dovrebbero essere chiusi e non lo sono.
La lettera di Antonella Tuoni parla di un uomo, ancora rinchiuso in un OPG, che si è carbonizzato le dita dei piedi, e mette vicine due facce di uno stesso problema: da una parte un paziente lasciato solo in un luogo che non dovrebbe più esistere, dall’altro l’impossibilità per i direttori di galere e OPG di avere la giusta attenzione per le persone chiuse nei loro istituti, perché anche loro, i direttori, sono lasciati sempre più soli e “a pezzi”, divisi fra più istituti e carichi insopportabili di sofferenza. Mi colpisce, il testo di Antonella Tuoni, per due aspetti. Il primo è il destino di questo paziente, che non ha gli strumenti per ”difendersi” da Istituzioni, che dovrebbero proteggere e tutelare i cittadini, anche i più disastrati, anche quelli che alla società hanno arrecato un danno, e troppo spesso non lo fanno o lo fanno male. E varrebbe la pena ricordare che gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari dovevano chiudere proprio perché ritenuti inadeguati a curare le persone in modo, da rispettare la loro umanità.
Ma Antonella Tuoni solleva anche un altro problema, che riguarda lei e tanti direttori di carceri, e dovrebbe riguardare tutti noi che con le carceri abbiamo a che fare, volontari, operatori sociali, e quella società che dal carcere dovrebbe aspettarsi che non escano persone peggiori, ma se possibile persone responsabili, consapevoli del male fatto.
Cosa sta succedendo allora in questi mesi nelle carceri? Succede quello di cui parla Antonella, che “viene stabilizzata la figura del direttore di istituto penitenziario ‘viaggiatore’, responsabile di due, tre istituti, a volte anche molto distanti tra loro”, succede che le carceri rischiano di essere gestite nel peggiore dei modi, cioè con direttori che, avendo più sedi e nessun riconoscimento, non appaiono in grado di seguire situazioni delicate e complesse, come sono di fatto gli Istituti di pena, né di garantire il rispetto della dignità delle persone che ci vivono o ci lavorano dentro. E tutto questo avviene senza che nessuno, o quasi, ne parli seriamente, ponga il problema, metta in guardia da una situazione pesantemente a rischio.
A me sembra francamente un po’ paradossale che da una parte gli Stati Generali, straordinaria iniziativa indetta dal Ministro per coinvolgere esperti e addetti ai lavori, ma anche la società tutta in un profondo rinnovamento dell’esecuzione delle pene, abbiano prodotto, tra l’altro, idee e proposte per un cambiamento significativo nella gestione delle carceri; dall’altra chi quelle carceri dovrebbe gestirle, i direttori, non hanno più né le risorse né condizioni decenti per farlo, dovendo spesso saltare da un carcere all’altro, o gestire grossi istituti praticamente senza collaboratori che gli permettano di fare il proprio, difficile lavoro in modo efficace.

E questo non è ritenuto importante, semplicemente perché la società non ha ancora capito che se vuole vivere più sicura deve investire su carceri più umane, non su galere che diventano, se mal governate, autentiche “università del crimine”.





 

Oggi: 27/06/2017
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