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21/06/2015

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FACCIAMO ENTRARE PIÙ AFFETTO IN CARCERE



CENSIMENTO NAZIONALE DELLE INIZIATIVE CENTRATE SUL TEMA DEGLI AFFETTI

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FACCIAMO ENTRARE PIÙ AFFETTO IN CARCERE

Questo è un obiettivo fondamentale, in particolare nella fase della detenzione che la persona detenuta vive nell’attesa di poter accedere ai permessi, e ricostruirsi davvero i legami famigliari e le relazioni sul territorio.

Salvare gli affetti delle persone detenute è importante, anche come investimento sulla sicurezza, perché solo mantenendo saldi i legami dei detenuti con i loro cari, genitori, figli, coniugi, sarà possibile immaginare un reinserimento nella società al termine della pena.
L’Ordinamento penitenziario compie quarant’anni, è un Ordinamento per molti versi ancora attuale, ma forse la parte più invecchiata è proprio quella che riguarda gli affetti. È vero che nel percorso di reinserimento delle persone detenute sono previste tappe importanti come i permessi premio e le misure alternative, fondamentali proprio per ricostruire prima di tutto i legami famigliari e le relazioni, ma è altrettanto vero che prima di accedere a questi, che ancora sono benefici e non diritti, le persone spesso trascorrono anni in carcere e dovrebbero cercare di salvare i loro affetti con sei ore di colloqui al mese e dieci minuti di telefonata a settimana.
Ecco perché riteniamo che l’Ordinamento vada cambiato, e nel frattempo però pensiamo che il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria debba inviare una nuova circolare, totalmente dedicata a promuovere in tutte le carceri delle condizioni più favorevoli a mantenere e curare i rapporti delle persone detenute con le loro famiglie, allargando al massimo le possibilità già previste dalla attuale legge.

Queste sono alcune proposte concrete per rendere il carcere “più umano”, che RICHIEDONO PERO’ UN CAMBIAMENTE DELLA LEGGE ATTUALE:
✓ “Liberalizzare” le telefonate per tutti i detenuti, come avviene in molti Paesi già oggi, sia per quel che riguarda la durata che i numeri da chiamare. Telefonare più liberamente ai propri cari potrebbe anche costituire un argine all’aggressività determinata dalle condizioni di detenzione e una forma di prevenzione dei suicidi.
✓ Consentire i colloqui riservati di almeno 24 ore ogni mese, da trascorrere con la famiglia senza il controllo visivo. Consentire inoltre che i colloqui siano cumulabili per chi non fa colloquio con i familiari almeno ogni due mesi.
✓ Aumentare le ore dei colloqui ordinari, dalle sei ore attuali, a dodici ore mensili, per rinsaldare le relazioni, perché alla base del reinserimento nella società c’è prima di tutto il rientro in famiglia.
✓ Aggiungere agli attuali 45 giorni di permessi premio alcuni giorni nell’arco dell’anno da trascorrere con la famiglia.

Nell’attesa dell’approvazione di queste riforme (in Commissione Giustizia alla Camera la legge sui colloqui riservati ha già iniziato il suo iter) c’è una serie di proposte che potrebbero essere attuate subito, con una semplice circolare dell’Amministrazione penitenziaria, senza neppure cambiare una legge:
• Introdurre il sistema della scheda telefonica, che consente un’enorme riduzione della burocrazia rispetto alle ‘domandine’ scritte, ed equiparare le telefonate a telefoni fissi a quelle ai cellulari. È un sistema che poi renderà più semplice telefonare, se verranno “liberalizzate” le telefonate;
• dare la possibilità di aggiungere alle sei ore di colloqui previste ogni mese alcuni colloqui “lunghi” nel corso dell’anno per pranzare con i propri cari;
• migliorare i locali adibiti ai colloqui, e in particolare all’attesa dei colloqui, anche venendo incontro alle esigenze che possono avere i famigliari anziani e i bambini piccoli, oggi costretti spesso a restare ore in attesa senza un riparo (servirebbero strutture provviste di servizi igienici); attivare le aree verdi per i colloqui, dove esistono spazi esterni utilizzabili;
• autorizzare tutti i colloqui con le “terze persone”, che permettono alle persone di curare le relazioni anche in vista di un futuro reinserimento;
• autorizzare colloqui via Internet per i detenuti che non possono fare regolarmente i colloqui visivi, utilizzando Skype, come già avviene in qualche carcere;
• rendere più chiare le regole che riguardano il rapporto dei famigliari con la persona detenuta, uniformando per esempio le liste di quello che è consentito spedire o consegnare a colloquio, che dovrebbero essere più ampie possibile, raddoppiare il peso consentito per i pacchi da spedire alle persone detenute;
• destinare, come già avviene in Inghilterra, un fondo al sostegno alle famiglie indigenti, pagando loro le spese per un determinato numero di colloqui all’anno (in Inghilterra sono 26), attingendo magari alla Cassa delle Ammende, una delle finalità della quale era proprio il sostegno alle famiglie;
• avere una maggiore trasparenza sui trasferimenti, che dovrebbero essere ridotti al minimo e rispettare i principi della vicinanza alle famiglie e della possibilità di costruire reali percorsi di risocializzazione sul territorio.

Un capitolo a parte merita il tema del rapporto dei genitori detenuti con i figli, che in Italia vede già impegnate molte realtà dell’associazionismo, ma richiede un ulteriore investimento di risorse sia da parte del DAP, sia da parte degli Enti locali, che delle associazioni di volontariato.

Mantenere contatti più stretti con i propri cari, quando si sta male e si sente il bisogno del calore della famiglia, così come quando a star male è un famigliare, potrebbe davvero costituire la prima e più profonda umanizzazione delle carceri.





 

Oggi: 25/06/2019
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